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Forse abbiamo frainteso il significato del successo

24 ago
Tempo di lettura: 4 min

Vacanze, sì.

Avevo bisogno di staccare. Probabilmente più di quanto fossi disposta ad ammettere prima di partire. Avevo bisogno di rallentare, di trascorrere tempo con la mia famiglia senza guardare continuamente l'orologio, di leggere senza dover trasformare ogni cosa interessante in un post, un articolo o un'idea da sviluppare. Non lo credevo, ma avevo bisogno persino di annoiarmi un po'.

Quando per mesi vivi con la testa costantemente occupata da qualcosa, all'inizio fermarsi è quasi strano: il corpo è in vacanza ma la mente continua a fare liste.

Questo da sistemare, quello da pubblicare, la mail a cui rispondere, il progetto che sarebbe bello sviluppare. Quella cosa che hai dimenticato di fare prima di partire.

Poi, piano piano, il rumore diminuisce e cominci semplicemente a vivere.

Quest'estate ho cercato di farlo davvero. Non sempre ci sono riuscita, sia chiaro: chi mi conosce sa che stare ferma non è esattamente la mia specialità. Ma ho rallentato abbastanza da riuscire a sentire di nuovo una cosa che, quando siamo troppo impegnati, rischiamo persino di confondere con il dovere.


Dopo un po' sono tornate le idee.

Prima una. Poi un'altra.

Ho ricominciato a pensare al romanzo che sto scrivendo, alle storie che vorrei raccontare, ai progetti che mi aspettano nei prossimi mesi. Ho pensato agli autori che incontrerò, alle rassegne, all'Academy, alle tante cose ancora da costruire e persino a quelle che, lo so già, probabilmente non andranno come vorrei.

E mi sono accorta che mi mancavano. Non le scadenze, le notifiche, le mail o le giornate passate davanti al computer.

Mi mancava creare.

Mi mancava quella sensazione particolare che provo quando qualcosa che fino al giorno prima esisteva soltanto nella mia testa comincia lentamente a prendere forma.

E questa consapevolezza mi ha fatto bene.

Forse abbiamo frainteso il significato del successo.

Per molto tempo ho pensato anch'io che uno degli obiettivi della vita fosse riuscire, prima o poi, a lavorare meno. È una narrazione che tutti noi conosciamo bene.

Lavoriamo oggi per stare tranquilli domani. Corriamo per poterci finalmente fermare. Sogniamo il momento in cui avremo abbastanza tempo, abbastanza soldi, abbastanza libertà da poter dire: adesso basta, posso godermi la vita.

Ma in queste settimane mi sono fatta una domanda diversa: e se il vero privilegio non fosse smettere di lavorare, ma riuscire a costruire una vita dalla quale non sentiamo continuamente il bisogno di scappare?

Non sto romanticizzando il lavoro. Ho scoperto sulla mia pelle quanto sia facile, soprattutto quando lavori per te stessa, non mettere più un confine tra ciò che fai e ciò che sei. C'è sempre qualcosa che potresti sistemare, migliorare, imparare. E quando i progetti sono tuoi, spegnere il computer non significa necessariamente spegnere anche la testa. Per questo le vacanze servono.

Sono consapevole che serve fermarsi, avere giornate nelle quali non dobbiamo dimostrare niente a nessuno, anche se è più difficile di quel che sembra.

Serve ricordarsi che prima di essere professionisti, scrittori, imprenditori o qualsiasi altra cosa abbiamo deciso di diventare, siamo persone.

E abbiamo bisogno di vivere.

Anche perché, almeno per me, è proprio da lì che nasce tutto il resto.

Tornare, ma non come prima.

Non con l'ansia del recupero.

Non voglio aprire l'agenda e cercare di infilare in settembre tutto quello che non ho fatto ad agosto, non voglio trasformare il riposo appena conquistato in una rincorsa ancora più veloce.

Voglio provare a conservare qualcosa di questa lentezza. Se c’è una cosa su cui ho riflettuto parecchio sono le giornate passate piene zeppe di impegni e arrivare a sera con la sensazione di non aver fatto abbastanza.

E forse è proprio questo uno degli insegnamenti che voglio portarmi dietro dalle vacanze: fare di più non significa necessariamente andare più lontano.

A volte significa soltanto arrivarci più stanchi.

Quindi, sì, torno al mio computer, ai libri, alla scrittura e ai progetti culturali.

Torno a un romanzo che lentamente si avvicina al momento in cui dovrò lasciarlo andare.

Torno a un'Academy ancora giovane, che sto imparando a conoscere e a costruire insieme alle persone che hanno deciso di farne parte; agli eventi, alle idee, alle cose che funzioneranno e probabilmente anche a qualcuna che mi farà arrabbiare parecchio.

Torno anche ai dubbi, perché quelli non sono rimasti in vacanza.


Ma torno soprattutto con una consapevolezza nuova: mi piace – e tanto - quello che sto costruendo.

Non significa che sia facile, né che sappia esattamente dove mi porterà, né che da domani ogni giornata sarà meravigliosa solo perché faccio qualcosa che amo. Significa semplicemente che, dopo essermi concessa il lusso di allontanarmene per un po', ho avuto voglia di tornarci.

E questa, forse, è una delle risposte che cercavo senza sapere di starla cercando: voglio continuare ad amare le vacanze.

Voglio continuare ad avere giornate vuote, viaggiare, stare con la mia famiglia, leggere un libro senza pensare a niente e concedermi il diritto di non essere produttiva, ma voglio anche essere felice quando tutto questo finisce e torno alla mia scrivania.

Il traguardo non è arrivare al giorno in cui potremo finalmente dire: «Non devo più lavorare»; è arrivare al giorno in cui possiamo fermarci, allontanarci, respirare e poi pensare: «Adesso, però, ho voglia di tornare.»

E oggi, per fortuna, io torno così.


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